Transito militare – Il calvario dei riformati della Marina Militare: tra amministrazioni che non si parlano, vuoto sindacale e dignità calpestata

Pubblicato il 14/04/2026 • Uncategorized

Roma, 14 aprile 2026 – COMUNICATO STAMPA

Il sindacato P.R.E.SI.DI. denuncia pubblicamente una situazione ormai insostenibile: quella dei militari delle Forze Armate giudicati permanentemente non idonei al servizio militare incondizionato (c.d. “riformati”) e avviati al transito nei ruoli del personale civile del Ministero della Difesa ai sensi dell’art. 930 del D.Lgs. 66/2010.
Un istituto pensato per garantire una ricollocazione dignitosa a chi ha servito lo Stato con onore si sta trasformando, per migliaia di militari ogni anno, in un calvario fatto di provvedimenti annullati, silenzi, rinvii, assegnazioni impossibili e dignità calpestata, che si protrae spesso per anni.

Il caso dei militari della Marina Militare

Tra tutte le Forze Armate, quella che presenta le criticità più gravi e sistematiche è la Marina Militare.
Mentre per i militari dell’Esercito, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri l’assegnazione avviene – salvo casi particolarmente gravi – nell’ambito della regione di ultima sede di servizio, per i militari della Marina l’assegnazione avviene in tutto il territorio nazionale (c.d. criterio della “maggiore carenza percentuale organica”), senza alcun riguardo per la residenza, le cure, la famiglia.
Una disparità di trattamento ingiustificata e irragionevole, che di fatto penalizza i militari della Marina, costretti a trasferimenti a centinaia di chilometri dalla propria residenza mentre i colleghi delle altre Forze Armate rimangono, nella gran parte dei casi, nella propria regione.

Un calvario che si ripete: provvedimenti annullati, nuove assegnazioni, anni di attesa

La prassi dell’Amministrazione nei confronti dei militari della Marina riformati è ormai nota e ricorrente, assegnazioni a sedi lontane centinaia di chilometri dalla residenza, incompatibili con le condizioni di salute del militare con e nonostante:

  • Ripetuti provvedimenti impugnati dinanzi al TAR;
  • Ordinanze di sospensione e sentenze di annullamento che si susseguono;
  • Nuovi provvedimenti che reiterano i medesimi vizi;
  • Anni di attesa prima di una soluzione definitiva.

Un loop perverso che si ripete, caso dopo caso, con il militare che si trova costretto a battaglie legali estenuanti mentre la propria situazione lavorativa e personale rimane in sospeso.
Un’ipotesi inquietante: un sistema studiato per far desistere?
La domanda che sempre più militari riformati e le loro famiglie si pongono è la seguente: questo modus operandi è frutto di mera inefficienza o risponde a un disegno preciso?

L’assegnazione sistematica a sedi lontanissime dalla residenza – spesso in regioni opposte dello Stivale – appare così irragionevole da far sorgere il sospetto che sia volta a scoraggiare Il militare dal farsi riformare – come se la perdita dei requisiti psico-fisici dipendesse dalla sua volontà e non da eventi patologici spesso traumatici e comunque indipendenti dalla sua volontà. Un messaggio implicito: “se ti riformi, ti mandiamo dall’altra parte d’Italia”;

  • il militare già riformato dall’accettare il transito – costringendolo a desistere, a rinunciare al contratto e a optare per il pensionamento o per altre soluzioni lavorative, sollevando così l’Amministrazione dall’onere di trovare una collocazione dignitosa per chi ha servito con onore.

Se così fosse, si tratterebbe di una violazione gravissima dei doveri di buona fede, correttezza e leale collaborazione che l’Amministrazione deve al proprio dipendente, oltre che di un potenziale abuso d’ufficio.
Il sindacato P.R.E.SI.DI. non può dimostrare tale intento, ma ha il dovere di denunciare il sospetto che molti militari condividono, chiedendo che venga fatta piena luce su queste pratiche.

Il paradosso delle amministrazioni che non si parlano

Un aspetto particolarmente critico riguarda i militari provenienti dal Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera (che pur fa parte della Marina Militare ma ha una doppia anima, dipendendo funzionalmente anche dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti).
La Circolare PERSOCIV n. 51229/2023, all’Allegato 2, impone espressamente allo Stato Maggiore della Marina di “sentire il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto per il personale proveniente dal medesimo Corpo”.
Tale obbligo, in numerosi casi, risulta disatteso.
quando il militare chiiede conto di questa omissione, la risposta è che spetterebbe al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti richiedere il personale, non alla Difesa interloquire.
Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal canto suo, ha dichiarato di avere una carenza organica complessiva di circa il 40% presso le proprie strutture, ammettendo però di non avere una dotazione organica aggiornata per singolo ufficio perché le tabelle risalgono al 1996, prima dell’accorpamento del Ministero della Marina Mercantile con il Ministero dei Trasporti.
Una scusa che non sta in piedi. Nulla impedirebbe al Ministero di predisporre nuove dotazioni organiche aggiornate. Dal 1996 sono passati trent’anni. Trent’anni di spending review, di riorganizzazioni, di decreti ministeriali. Eppure, le tabelle non sono mai state aggiornate. Il risultato è che il Ministero dichiara di avere una carenza complessiva del 40% ma, quando si tratta di sapere dove manca il personale e quanto ne manca in una specifica sede (come quella dove il militare riformato risiede e chiede di essere impiegato), si trincera dietro l’alibi della mancata predisposizione delle dotazioni organiche periferiche.
Insomma: un’Amministrazione (Marina) dice “non possiamo perché l’altra non ha chiesto”. L’altra (MIT) dice “abbiamo carenze enormi ma non sappiamo dove perché non aggiorniamo le tabelle dal 1996”. Nel mezzo, il militare riformato attende, spesso per anni, una soluzione che non arriva.

Il problema sistemico: migliaia di riformati ogni anno, posti che non ci sono (o non si cercano)

I numeri parlano chiaro:
Circa 16.000 dipendenti civili della Difesa;
Tra 3.000 e 5.000 militari riformati ogni anno per perdita dei requisiti psico-fisici;
Una proporzione che rende oggettivamente impossibile un ricollocamento sereno e tempestivo di tutti.
L’Amministrazione della Difesa non ha posti sufficienti per accogliere i militari riformati. Ma invece di cercare soluzioni alternative (come l’impiego presso altri Ministeri, espressamente previsto dalla normativa), preferisce ignorare le prescrizioni mediche, le certificazioni di invalidità, i riconoscimenti della causa di servizio, le esigenze familiari, limitandosi a reiterare assegnazioni irragionevoli.

Il vuoto sindacale: una fase della vita professionale senza rappresentanza

Ad aggravare il quadro, una grave carenza di tutela sindacale per i militari riformati.
Nel periodo che precede la riforma, il militare può iscriversi alle associazioni professionali a carattere sindacale (APCSM). Ma si tratta di associazioni che non sono sindacati in senso proprio e, soprattutto, hanno scarso interesse a tutelare il militare che sta per essere riformato: sanno bene che, una volta avvenuto il transito o il collocamento in pensione, quel militare perderà la qualifica di iscritto e con essa il contributo associativo. Perché dunque impegnarsi per chi domani non sarà più un proprio tesserato?
Dopo la riforma, il militare perde il diritto di iscriversi a queste stesse associazioni, che non accolgono i non transitati. D’altro canto, non essendo ancora transitato, non può iscriversi ai sindacati del personale civile.
Risultato: un vuoto di rappresentanza che dura mesi, talvolta anni, proprio nella fase più delicata della vita professionale del militare – quella in cui si gioca il passaggio dallo status militare a quello civile, con tutte le implicazioni sanitarie, economiche e contrattuali del caso.
Proprio in questo vuoto opera il sindacato P.R.E.SI.DI., che da anni accompagna i militari dall’inizio del procedimento di riforma fino alla piena integrazione nel lavoro civile, offrendo assistenza nelle complesse vicende sanitarie (riconoscimento della causa di servizio, invalidità, handicap) e contrattuali (impugnazione di provvedimenti illegittimi, tutela dinanzi al giudice).
Ma P.R.E.SI.DI. è un’eccezione. La stragrande maggioranza dei riformati – quelli che non sanno a chi rivolgersi, quelli che non hanno un sindacato che li segua, quelli che magari non hanno nemmeno un avvocato – resta sola, in balia di una burocrazia che non risponde, di provvedimenti che si susseguono uguali a sé stessi, di un calvario che dura anni senza che nessuno li tuteli.
Questa è la vera emergenza: non che esista un sindacato che fa bene il proprio lavoro, ma che la stragrande maggioranza dei riformati non ha alcuna tutela.

La dignità calpestata

Il militare riformato non è un congedato con disonore. Anzi: se lo fosse, avrebbe perso il diritto al transito. Chi accede al transito è proprio chi ha servito con onore, chi ha rispettato le regole, chi ha dato tutto per lo Stato fino a perdere, in molti casi, la propria salute psico-fisica.
Eppure, a questo stesso militare, lo Stato risponde con:

  • Assegnazioni impossibili a centinaia di chilometri di distanza, incompatibili con le prescrizioni mediche;
  • Provvedimenti annullati dal TAR, seguiti da altri provvedimenti altrettanto illegittimi;
  • Silenzi, rinvii, inerzie che durano anni;
  • Una burocrazia che non si coordina nemmeno al proprio interno;
  • Un vuoto sindacale che lo lascia solo;

Una dignità calpestata quotidianamente.

Cosa chiede Il sindacato P.R.E.SI.DI.

All’Amministrazione della Difesa:
Di uniformare i criteri di assegnazione tra le diverse Forze Armate, superando la disparità di trattamento che oggi penalizza i militari della Marina;
Di rispettare le prescrizioni della Circolare PERSOCIV 51229/2023, consultando il Comando Generale delle Capitanerie di Porto per i militari provenienti dal Corpo;
Di avviare tavoli tecnici permanenti con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per definire modalità di impiego dei militari riformati della Guardia Costiera;
Di effettuare accertamenti sanitari sulla compatibilità con la sede, prima di procedere a nuove assegnazioni, come più volte richiesto dalla giurisprudenza.
Al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti:
Di predisporre senza ulteriori indugi le dotazioni organiche aggiornate per le proprie strutture periferiche, superando l’alibi delle tabelle del 1996;
Di rendere disponibili le posizioni organiche vacanti presso le proprie strutture, accogliendo i militari riformati della Guardia Costiera che hanno prestato servizio per decenni nel Corpo.
Al legislatore:
Di rivedere la disciplina del transito per adeguarla alla realtà dei numeri (migliaia di riformati l’anno vs circa 18.000 civili della Difesa);
Di prevedere forme di tutela sindacale specifiche per i militari in attesa di transito, colmando l’attuale vuoto di rappresentanza.

Al Governo:
Di aprire un’indagine conoscitiva sulla gestione del transito, per accertare eventuali responsabilità nella sistematica violazione delle procedure, nella disparità di trattamento tra Forze Armate, nel possibile intento dissuasivo delle assegnazioni impossibili e nella mancata predisposizione delle dotazioni organiche del MIT.

Conclusioni
Quanto denunciato non riguarda un caso isolato. Riguarda un sistema che non funziona, che calpesta la dignità di chi ha servito con onore, che costringe i militari riformati a anni di battaglie legali, che scarica su chi è già fragile il peso di una burocrazia inefficiente e – si sospetta – talvolta deliberatamente ostile.
Non è accettabile. Non è più tollerabile.
Il sindacato P.R.E.SI.DI. si costituirà parte nei giudizi pendenti e valuterà ogni azione – anche penale – a tutela dei militari riformati e della loro dignità.

Perché chi ha servito lo Stato con onore non merita di essere trattato come un nemico.

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